Iscriviti alla newsletter

Oltre il cliché: la professione infermieristica e lo stereotipo sexy

Vincenzo Rauccidi
Vincenzo Raucci
Pubblicato il: 20/05/2026

Professione e lavoroPunto di Vista

Nel complesso panorama delle rappresentazioni sociali e mediatiche, poche figure professionali hanno subito una distorsione iconografica così marcata e persistente come quella dell’infermiera. Nonostante l’evoluzione scientifica, legislativa e culturale abbia ampiamente sancito l’autonomia e l’elevata competenza clinica della professione infermieristica, l’immaginario collettivo fatica a sganciarsi da un vecchio e radicato cliché, ovvero quello dell’infermiera sexy o legata a una presunta condotta di facili costumi.

Questa oggettivazione non rappresenta soltanto un riflesso di cattivo gusto legato al costume o alle feste a tema, ma si configura come un fenomeno sociologico profondo, ampiamente alimentato dal cinema, dalla televisione e dalla letteratura commerciale, le cui radici affondano nei nodi storici del genere, del potere e del controllo sociale.

Per comprendere l’origine della sessualizzazione, è necessario fare un passo indietro fino alla nascita della professione moderna nel diciannovesimo secolo. Con la transizione della cura da atto caritatevole e religioso a professione laica regolamentata, le prime infermiere, sotto l’influenza del modello di Florence Nightingale, dovevano incarnare virtù morali ferree come la purezza, l’obbedienza, l’abnegazione e la castità.

Il paradosso nasce proprio qui, poiché l’infermiera è una figura femminile che, per mandato professionale, tocca, sveste e cura il corpo altrui vulnerabile, superando i tabù dell’epoca. Questa intrusione legittima nella sfera dell’intimità fisica ha generato, nell’immaginario patriarcale, una forte tensione erotica latente. Quando la società ha iniziato a secolarizzarsi nel corso del ventesimo secolo, l’ideale della vergine custode si è ribaltato nel suo esatto opposto, e la disponibilità fisica del corpo femminile, non più protetta dal velo della sacralità, è stata reinterpretata come disponibilità sessuale.

Se la letteratura d’appendice ha gettato le basi di questo meccanismo, è stato il cinema, in particolare tra gli anni Settanta e Ottanta, a codificare lo stereotipo su scala globale. In Italia, il filone della commedia sexy ha eletto l’infermiera a feticcio per eccellenza attraverso titoli celebri costruiti attorno a dinamiche prettamente voyeuristiche, in cui il camice perdeva ogni funzione di dispositivo medico per trasformarsi in un costume di scena succinto, volto unicamente a stimolare la fantasia del paziente di turno. Questo fenomeno non è stato una prerogativa nostrana, poiché anche a Hollywood e nella serialità televisiva internazionale la figura dell’assistente avvenente e sottomessa al medico-eroe, generalmente uomo e depositario del vero sapere scientifico, è rimasta uno standard narrativo per decenni, riducendo l’uniforme, storicamente simbolo di igiene e rigore, a un costume erotico svuotato di ogni valore intellettuale.

Ridurre l’infermiera a uno stereotipo erotico comporta un costo sociale e professionale altissimo, poiché questo pregiudizio ha implicazioni concrete e quotidiane sulla vita dei professionisti e sulla percezione del sistema sanitario. In primo luogo, l’oggettivazione oscura l’alto livello di specializzazione richiesto oggi per esercitare la professione, che prevede percorsi accademici, master e dottorati di ricerca, spingendo l’opinione pubblica a percepire l’infermiere come un mero esecutore subordinato anziché come un professionista autonomo.

Inoltre, la sovrapposizione tra il ruolo di cura e la disponibilità sessuale alimenta agiti inappropriati da parte di utenza o colleghi, esponendo il personale infermieristico, in prevalenza femminile, a costanti molestie verbali e fisiche nei reparti. Infine, il cliché perpetua un netto divario di genere e una dinamica di potere obsoleta, in cui il sapere decisionale rimane maschile mentre la cura fisica viene intesa in modo servile.

Fortunatamente, negli ultimi anni si assiste a una netta inversione di tendenza grazie alla presa di coscienza dei professionisti e a un cambio di passo nella narrazione cinematografica e televisiva contemporanea. Pellicole e serie televisive più recenti scelgono finalmente di esplorare la figura dell’infermiera attraverso la lente del realismo clinico, raccontando la fatica dei turni, l’impatto emotivo della cura e la gestione di complessi dilemmi bioetici. L’accento si sta progressivamente spostando dall’aspetto estetico feticizzato alla solidità della relazione terapeutica e dell’alleanza con il paziente.

Abbandonare definitivamente lo stereotipo dell’infermiera di facili costumi significa compiere un atto di maturità culturale, riconoscendo che dietro quel camice non c'è una fantasia bidimensionale ad uso e consumo dello schermo, ma un professionista intellettuale che rappresenta il perno insostituibile della salute pubblica e della dignità umana.