Dove ci sono più infermieri si muore meno: i dati che riaprono il dibattito
Riduzione della mortalità, meno ricoveri ripetuti e maggiore soddisfazione del personale. È questo il quadro che emerge dalle ricerche australiane sui rapporti infermiere-paziente. Ma gli studiosi avvertono: servono più dati e manca ancora un modello chiaro per l'implementazione.
Le corsie ospedaliere con un numero adeguato di infermieri non rappresentano soltanto un beneficio per il personale sanitario, ma possono tradursi in risultati clinici migliori per i pazienti e in risparmi economici per il sistema sanitario. È quanto emerge da una revisione della letteratura scientifica australiana dedicata ai cosiddetti rapporti infermiere-paziente, ovvero il numero massimo di pazienti affidati a ciascun professionista durante il turno di lavoro.
Lo studio, pubblicato come revisione esplorativa della ricerca disponibile, ha analizzato le evidenze esistenti per comprendere gli effetti delle dotazioni minime di personale infermieristico negli ospedali australiani. Nonostante la scarsità di studi specifici sul tema, i risultati indicano benefici concreti sia per i pazienti sia per gli operatori sanitari.
Mortalità e ricoveri in calo
Tra gli indicatori più significativi individuati dagli autori figurano la diminuzione della mortalità entro 30 giorni dal ricovero, la riduzione delle riammissioni ospedaliere e una permanenza media più breve in ospedale. In uno degli studi esaminati, il confronto tra strutture con e senza una politica di rapporti obbligatori infermiere-paziente ha evidenziato un calo della mortalità dello 0,09%, delle riammissioni dello 0,44% e della durata della degenza dello 0,22% nei due anni successivi all'introduzione delle nuove regole.
Un'altra ricerca ha rilevato che ogni paziente aggiuntivo assegnato a un infermiere aumenta del 12% il rischio di mortalità a 30 giorni, oltre a essere associato a una percezione peggiore della qualità e della sicurezza delle cure.
Burnout e insoddisfazione: il peso dei carichi di lavoro
Gli effetti non riguardano soltanto i pazienti. La revisione evidenzia come carichi di lavoro elevati siano correlati a livelli significativi di burnout e insoddisfazione professionale tra gli infermieri. In uno studio analizzato, il 42% degli operatori dichiarava sintomi di esaurimento professionale, mentre il 61% si mostrava insoddisfatto del proprio carico di lavoro.
L'introduzione di rapporti numerici più favorevoli ha invece prodotto effetti positivi: circa il 60% degli infermieri ha riferito un miglioramento nella gestione del lavoro e il 65% ha percepito un maggiore supporto organizzativo e una migliore continuità assistenziale.
Un vantaggio anche per gli ospedali
Sebbene le ricerche non abbiano misurato direttamente gli effetti economici sui sistemi sanitari, gli autori sottolineano come la riduzione delle riammissioni, delle complicanze e del turnover del personale possa generare importanti risparmi per le strutture ospedaliere.
Un personale più soddisfatto tende infatti a lasciare meno frequentemente il posto di lavoro, riducendo i costi legati alla sostituzione e alla formazione di nuovi operatori.
L'Australia e il modello dei rapporti obbligatori
In Australia, i rapporti minimi infermiere-paziente sono già previsti in diversi Stati, tra cui Victoria, Queensland, Tasmania e Territorio della Capitale Australiana. Le proporzioni variano a seconda del reparto e della complessità assistenziale: nei reparti di medicina generale può essere previsto un infermiere ogni quattro pazienti, mentre nei contesti ad alta intensità assistenziale i rapporti sono più favorevoli.
Anche altri Stati australiani stanno valutando l'adozione di sistemi analoghi, sulla scia delle evidenze internazionali che collegano un numero adeguato di infermieri a una maggiore sicurezza delle cure.
Le grandi lacune della ricerca
Nonostante i risultati incoraggianti, gli autori evidenziano una significativa carenza di studi. Tra il 2017 e il 2022 sono stati individuati soltanto tre lavori scientifici australiani pienamente rispondenti ai criteri della revisione.
Ancora più rilevante è l'assenza quasi totale di ricerche dedicate alle ostetriche e ai rapporti ostetrica-madre/neonato. Gli studiosi sottolineano che si tratta di un ambito strategico per il futuro, soprattutto alla luce del dibattito sull'opportunità di considerare madre e bambino come due pazienti distinti nel calcolo delle dotazioni di personale.
Mancano inoltre modelli strutturati che spieghino come introdurre efficacemente i rapporti obbligatori nelle organizzazioni sanitarie. Le poche indicazioni disponibili suggeriscono l'importanza di programmi formativi, comunicazione interna efficace, valorizzazione dell'autonomia professionale e corretta distribuzione delle competenze tra il personale.
La sfida futura
Secondo gli autori, il dibattito non dovrebbe limitarsi al numero di infermieri presenti in reparto. Fattori come la gravità clinica dei pazienti, il livello di esperienza degli operatori e la complessità assistenziale devono essere integrati nei modelli organizzativi per garantire una pianificazione realmente efficace delle risorse.
La conclusione della revisione è netta: dove vengono applicati rapporti infermiere-paziente più equilibrati si osservano benefici per pazienti, professionisti e ospedali. Tuttavia, per trasformare queste evidenze in politiche sanitarie consolidate sarà necessario ampliare la ricerca, soprattutto nei settori specialistici e nell'assistenza ostetrica, e sviluppare linee guida operative per l'implementazione dei modelli organizzativi.
da: Tait D, Davis D, Roche MA, Paterson C. Nurse/midwife-to-patient ratios: A scoping review. Contemp Nurse. 2024 Apr-Jun;60(3):257-269. doi: 10.1080/10376178.2024.2318361. Epub 2024 Feb 26. PMID: 38408182.
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