Iscriviti alla newsletter

Schillaci bocciato dalle Regioni: stop al ddl che ridisegna la sanità italiana

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 22/05/2026

Cronache sanitarieParlamento

La Conferenza delle Regioni ha detto no. Netto, ufficiale e per certi versi, clamoroso: il disegno di legge delega per il riordino del Servizio sanitario nazionale, voluto dal ministro della Salute Orazio Schillaci e approvato da Palazzo Chigi a metà gennaio, si trova ora davanti a un muro istituzionale che ne mette in discussione l'intero percorso. A pronunciare la bocciatura, in audizione davanti alla X Commissione del Senato, è stato Massimo Fabi, assessore alla Salute dell'Emilia-Romagna e coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni.


La ragione della bocciatura

La posizione delle autonomie regionali, espressa in audizione al Senato da Massimo Fabi, coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni, segna uno stop politico e istituzionale a un provvedimento destinato a incidere sull'assetto della sanità pubblica, dalla rete territoriale all'organizzazione ospedaliera, fino alla creazione di ospedali di eccellenza con vocazione nazionale e internazionale.
La questione di metodo è quella che brucia di più. Le Regioni non contestano soltanto i contenuti del testo, ma il modo in cui è stato costruito: senza di loro, o quasi. Fabi ha dichiarato in audizione al Senato di essersi aspettato un coinvolgimento differente e preventivo, non a cose fatte, su un provvedimento che per i contenuti e i temi trattati non avrebbe meritato un percorso legislativo d'urgenza. La richiesta formale è netta: la Conferenza delle Regioni vuole il ritiro del ddl e l'apertura di un confronto fondato sulla leale collaborazione istituzionale, come prevede la Costituzione per le materie di competenza concorrente, tra cui la sanità.

 

La critica oltre la forma

Secondo le Regioni, il testo altera l'equilibrio dell'organizzazione sanitaria e limita le competenze regionali previste dalla Costituzione. Fabi ha parlato di una riforma che mina le fondamenta dell'organicità del SSN e lede la competenza legislativa concorrente delle Regioni in materia sanitaria.
Il punto più controverso del ddl riguarda la creazione degli ospedali di terzo livello, strutture ad alta specializzazione con bacino di utenza nazionale e sovranazionale. I critici sostengono che questa impostazione accentui la natura ospedalocentrica del SSN, incentivando la mobilità dei pazienti tra le regioni anziché rafforzare la sanità di prossimità, lezione che la pandemia da Covid avrebbe dovuto aver insegnato. Il disegno di legge sottrarrebbe risorse al territorio per spostarle sugli ospedali, dal pubblico verso il privato, e le risorse destinate agli ospedali di terzo livello vengono decise dal Ministero della Salute, sottraendole alle Regioni.

 

Tempi stretti
C'è poi il problema dei tempi. La scadenza del 31 dicembre 2026 per l'adozione dei decreti legislativi appare poco realistica, considerando che il ddl è ancora in fase di approvazione e che dovranno essere scritti i decreti attuativi, quantificati gli impatti economici, individuate le coperture, acquisito il via libera del Ministero dell'Economia, raggiunta l'intesa in Conferenza Stato-Regioni e raccolti i pareri parlamentari.

 

Le reazioni
Le reazioni politiche e istituzionali sono ampie e convergono in direzione ostile al provvedimento. L’opposizione ha definito la bocciatura inequivocabile e colossale, evidenziando l'imbarazzo politico di una situazione in cui le Regioni, ancora oggi in larga parte governate dal centrodestra, si trovano in aperta opposizione al governo Meloni proprio su una delle riforme bandiera del ministro della Salute.

La Fondazione Gimbe, autorevole osservatorio indipendente sulla sanità italiana, ha a sua volta bocciato il testo definendolo una delega in bianco, con squilibri tra pubblico e privato e l'assenza di investimenti certi.
La vicenda si intreccia con un altro fronte aperto, quello della riforma della medicina generale. Qui il Governo ha scelto un percorso diverso, cercando il dialogo con i governatori prima di arrivare a un testo condiviso. Il risultato è una bozza di decreto che prevede un doppio canale per i medici di famiglia: convenzione tradizionale o dipendenza pubblica su base volontaria, per sostenere il funzionamento delle Case di comunità. Ma anche su questo versante la pace è lontana.

La Federazione italiana Medici di Famiglia ha definito la riforma dei medici di base inattuabile e pericolosa per i pazienti, sostenendo che il decreto distrugge la figura del medico di famiglia, con il timore di perdere autonomia e il rapporto fiduciario con il paziente. La FNOMCeO, l'Ordine dei medici, l'ha definita inefficace, inutile e dannosa.

In audizione il 21 aprile 2026, la Presidente FNOPI Barbara Mangiacavalli aveva dichiarato: “come Federazione Nazionale Infermieri riteniamo che, attraverso i decreti attuativi, ci si debba concentrare sulla modifica e sull'innovazione dei contenitori dei servizi e delle prestazioni. Obiettivo: favorire il riconoscimento delle competenze infermieristiche avanzate e specialistiche e tracciare l'azione degli infermieri. Massima la disponibilità di FNOPI a collaborare in tutte le sedi nella convinzione che sia urgente e necessario innovare il nostro Servizio sanitario nazionale”.

 

I pericoli sottesi
Le conseguenze a breve termine di questa doppia impasse rischiano di essere significative e concrete. Senza un accordo in sede di Conferenza Stato-Regioni, l'approvazione di qualsiasi decreto attuativo su materie di competenza concorrente diventa politicamente e giuridicamente molto più complicata. C'è il rischio che ciascuna Regione proceda autonomamente nella riorganizzazione della propria rete ospedaliera, aggravando quelle disomogeneità territoriali nell'accesso alle cure che il SSN nasce storicamente per combattere. Sul fronte del PNRR, un eventuale ritardo nell'approvazione potrebbe compromettere l'utilizzo dei fondi europei destinati alla sanità, con ripercussioni difficili da gestire entro le scadenze già strette fissate da Bruxelles.
Il ministro Schillaci, al momento dell'approvazione del ddl a Palazzo Chigi, aveva descritto il provvedimento come il tassello di un SSN più moderno e coerente con il PNRR, capace di rispondere alle esigenze dei cittadini con nuovi modelli organizzativi. Oggi quella visione si scontra con la realtà di un'opposizione trasversale che supera i confini della politica partitica. La palla passa ora a Palazzo Chigi: accettare il dialogo che le Regioni reclamano come condizione minima, oppure forzare la mano e trasformare una riforma sanitaria in uno scontro istituzionale senza precedenti tra governo centrale e autonomie locali.