RSA, fino al 50 per cento di infezioni in meno: ecco il piano del Ministero della Salute
Il Ministero della Salute ha finanziato un progetto CCM (Centro nazionale per la prevenzione e il Controllo delle Malattie) dal titolo "La tutela della salute nelle strutture residenziali sociosanitarie: un impegno condiviso per prevenire e controllare le infezioni correlate all'assistenza". L'iniziativa nasce per affrontare un problema poco raccontato ma diffuso: le infezioni che i residenti delle RSA italiane contraggono durante la loro permanenza nelle strutture, spesso causate da microrganismi resistenti agli antibiotici.
Il progetto è stato coordinato dall'Università degli Studi di Udine e ha coinvolto un ampio partenariato multidisciplinare: l'Istituto Superiore di Sanità, cinque Regioni (Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Lombardia attraverso ARIA spa, e altre realtà territoriali) e cinque atenei, tra cui le Università di Torino, Catania, Molise e Pisa, oltre alla stessa Udine. Tra gli enti partecipanti figurano anche l'Azienda Sanitaria Universitaria Friuli Centrale e diversi dipartimenti universitari di igiene e sanità pubblica.
Il meeting conclusivo del progetto si è svolto a Udine il 9 luglio 2026. In quella sede sono stati presentati sia i risultati delle indagini condotte sul campo sia gli strumenti operativi messi a punto durante i lavori.
Tra i dati emersi spicca quello della survey HALT (Healthcare-Associated Infections in Long-Term Care Facilities), giunta alla sua quarta edizione e condotta nel 2024 su un campione nazionale di 470 strutture e oltre 31.670 residenti. Il giorno dell'indagine, il 2,6% dei residenti presentava almeno un'infezione correlata all'assistenza, un dato in calo rispetto alla rilevazione del 2017. Le infezioni più frequenti erano quelle urinarie (37,8%) e respiratorie (33,3%). Inoltre 915 residenti, pari al 2,9% del campione, risultavano in trattamento con farmaci antimicrobici, principalmente penicilline, cefalosporine e fluorochinoloni. Un dato preoccupante riguarda la resistenza: il 46,2% dei microrganismi monitorati risultava resistente ad almeno una classe di antibiotici.
Il progetto ha prodotto una vera e propria "cassetta degli attrezzi" per gli operatori del settore: un manuale operativo che affronta temi come la sicurezza e protezione individuale, la gestione dei dispositivi invasivi, la gestione ambientale e degli impianti, la sorveglianza e la gestione degli outbreak, la prevenzione delle infezioni da microrganismi multiresistenti e il coinvolgimento di residenti e familiari. A questo si affiancano due corsi di formazione a distanza, uno rivolto ai risk manager e uno agli operatori sanitari e socio-sanitari, già seguiti da oltre 10mila professionisti, e una piattaforma informatica pensata per facilitare l'accesso alle informazioni e la gestione delle procedure.
Silvio Brusaferro, ordinario di Igiene generale ed applicata dell'Università di Udine e coordinatore dello studio, ha sottolineato come il progetto abbia messo in luce diversi aspetti da migliorare, mettendo a disposizione strumenti condivisi e validati scientificamente. Ha evidenziato in particolare il problema della tassonomia: sotto la sigla RSA si nascondono realtà molto diverse per dimensioni e intensità di cura, e questa frammentazione rende difficile garantire standard minimi omogenei su tutto il territorio nazionale.
Enrico Ricchizzi, epidemiologo della Regione Emilia-Romagna, e Giancarlo Ripabelli, ordinario di Igiene dell'Università del Molise, hanno spiegato che il settore copre un'area di assistenza più che doppia rispetto agli ospedali per acuti in termini di posti letto, ma appare estremamente frammentato a livello tassonomico, normativo, organizzativo e di standard assistenziali, con un Sud Italia che dispone di molti meno posti letto rispetto al Nord.
Carla Zotti, docente di Igiene e Medicina Preventiva dell'Università di Torino, ha evidenziato il valore dell'indagine di prevalenza come occasione di condivisione tra le Regioni non solo di dati descrittivi, ma anche di una metodologia comune di raccolta e archiviazione, con attenzione particolare alla protezione dei dati e alla comparabilità delle informazioni regionali e locali.
Fabrizio Gemmi, coordinatore dell'Osservatorio per la Qualità ed Equità dell'Agenzia regionale di Sanità della Toscana, ha spiegato che il rischio infettivo nelle RSA è amplificato da fattori organizzativi specifici, come la vita in gruppo, la degenza prolungata, il rapido turnover del personale, il coinvolgimento di operatori non sempre professionisti sanitari regolamentati, la frequente immunocompromissione dei residenti e l'uso diffuso di dispositivi invasivi. Ha citato anche il fenomeno della "porta girevole", cioè il continuo trasferimento di pazienti tra ospedali e strutture di lungodegenza, che favorisce la circolazione dei patogeni.
Antonella Agodi, docente dell'Università degli Studi di Catania, ha raccontato che la realizzazione del manuale nasce dall'esigenza di colmare la carenza di linee guida specifiche per il contesto delle RSA, con l'obiettivo di offrire a tutti gli operatori un testo di consultazione capace di guidare la pratica quotidiana verso un approccio uniforme basato sulle evidenze scientifiche.
Paolo D'Ancona, responsabile del progetto per l'Istituto Superiore di Sanità, ha ricordato che la letteratura scientifica indica come l'implementazione sistematica di misure di prevenzione e controllo delle infezioni possa ridurre l'incidenza fino al 50%, confermando il valore di interventi strutturati e continuativi, in linea con le raccomandazioni di OMS ed ECDC.
Il progetto ha inoltre coinvolto 18 focus group con 77 partecipanti tra responsabili organizzativi e professionisti sanitari, da cui sono emerse criticità e proposte di miglioramento dal punto di vista degli operatori sul campo.
La documentazione completa, compresi il manuale, la sintesi del progetto e il report dell'indagine HALT, è disponibile sul sito dell'Istituto Superiore di Sanità.
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