Iscriviti alla newsletter

Alzheimer l'alternativa alla RSA esiste e funziona

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 26/01/2026

PrevidenzaProfessione e lavoroStudi e analisi

Isaac J.P. Barrow (Professore sociologo specializzato in dinamiche sociali globali) ha pubblicato un articolo che analizza criticamente il modello tradizionale delle RSA italiane e propone i villaggi Alzheimer come alternativa concreta e più umana.

Le criticità delle RSA italiane

Barrow descrive le RSA come luoghi di "sospensione dell'esistenza", caratterizzati da porte chiuse, spazi asettici e una medicalizzazione permanente della vita. Nate spesso da riconversioni di ex ospedali o conventi, sono strutture concepite per il controllo piuttosto che per l'abitare. Soffrono di carenza cronica di personale, rette elevate non sempre giustificate dalla qualità e, soprattutto, di un isolamento totale dal contesto sociale e urbano.

I villaggi Alzheimer nel mondo

L’alternativa esiste ed è attuata con diversi modelli internazionali:

Hogeweyk (Paesi Bassi): il primo villaggio-quartiere con strade, piazze, negozi, dove i residenti si muovono liberamente. I dati mostrano riduzione di psicofarmaci e migliore qualità della vita.

Village Landais Alzheimer (Francia): progetto pubblico con architettura pensata per facilitare l'orientamento, che ha portato a minore depressione e disturbi comportamentali.

Demenzdörfer (Germania): villaggi integrati in contesti semiurbani con forte attenzione alla quotidianità ordinaria.

-Xi'an (Cina): esperimenti simili in risposta al rapido invecchiamento della popolazione.

L'esperienza italiana

Il caso principale è Il Paese Ritrovato a Monza, un villaggio urbano dove le persone con Alzheimer vivono in appartamenti con accesso a spazi comuni e commerciali. Al villaggio "Il Paese Ritrovato" è presente un operatore OSS ogni due appartamenti, mentre nelle ore diurne lavorano anche il direttore, lo psicologo, il fisioterapista e l'animatore. L'équipe è composta da personale OSS per l'assistenza, personale infermieristico, fisioterapisti, terapisti occupazionali, educatori, assistenti sociali, psicologi e terapeuti per attività emotivo-relazionali, con il medico geriatra e il responsabile come figure di riferimento. I primi risultati mostrano miglioramento del benessere e riduzione della conflittualità.

Esistono anche altre esperienze minori (cohousing, nuclei Alzheimer), ma rimangono marginali.

I principi comuni

Barrow identifica i pilastri di questi modelli: la persona al centro, continuità con la vita precedente, cure mediche solo quando necessarie, spazi chiari e rassicuranti, libertà accompagnata e contatto con l'esterno.

Il suo contributo ha il merito di affrontare un tema spesso rimosso dalla discussione pubblica con chiarezza e senza retorica. L’analisi delle RSA italiane è lucida e impietosa, ma corrisponde a una realtà che chiunque abbia vissuto l'esperienza di un familiare in struttura conosce bene. Non si limita alla critica ma presenta alternative reali, già sperimentate e validate da dati dimostrando che non si tratta di utopie, ma di modelli funzionanti che restituiscono dignità agli anziani con demenza, presentandoli non come "pazienti da gestire" ma come persone che meritano di vivere, non solo di essere assistite. E se gli investimenti iniziali possono essere elevati, nel lungo periodo, risultano meno costosi delle RSA tradizionali, considerando la riduzione di farmaci e il minor carico assistenziale.

L'intervento ha il pregio di spostare la discussione dalla rassegnazione ("le RSA sono così") alla possibilità concreta di un cambiamento in quanto "dobbiamo smettere di pensare alla vecchiaia come un problema, nascondendola" e dobbiamo cambiare radicalmente il nostro atteggiamento culturale verso l'invecchiamento e la fragilità.