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Casa di Cura Malzoni, dieci anni dopo: quando il sacrificio diventa ingiustizia

Giuseppe Provinzanodi
Giuseppe Provinzano
Pubblicato il: 29/01/2026

CampaniaNurSind dal territorio

Buoni pasto fermi al 2016, il NurSind rompe il silenzio: “La dignità dei lavoratori non è negoziabile”

"C’è una linea sottile che separa la responsabilità collettiva dall’ingiustizia strutturale. È una linea che, troppo spesso, nel mondo della sanità privata viene superata nel silenzio, confidando sulla dedizione e sul senso di dovere di chi ogni giorno garantisce assistenza, cure e sicurezza ai cittadini. Quando però il sacrificio diventa permanente e non trova più alcuna giustificazione, allora non è più responsabilità: è una ferita aperta nel rapporto tra lavoro e dignità"

Avellino, 29/01/2026. Nel 2016, in un momento delicato per l’organizzazione aziendale, i lavoratori della Casa di Cura Malzoni scelsero la strada della solidarietà. Accettarono una riduzione del valore del buono pasto, passato da 3,25 euro a 2,00 euro, per consentire la stabilizzazione del personale precario. Un gesto di responsabilità, condiviso e consapevole, che aveva però un presupposto chiaro: la temporaneità.

Quella che doveva essere una misura eccezionale è invece diventata una condizione ordinaria, protratta per un intero decennio. Nel frattempo, i prezzi sono aumentati, il potere d’acquisto si è ridotto e ciò che nel 2016 rappresentava già un compromesso, oggi appare come una vera e propria anomalia sociale. Con due euro, nel 2026, non si acquista nemmeno un pasto minimo, né dentro né fuori il luogo di lavoro.

È in questo contesto che interviene con forza la Segreteria Territoriale NurSind di Avellino, rompendo un silenzio che non è più sostenibile.

“Dopo dieci anni di sacrifici, la pazienza è finita. È inammissibile continuare a sopportare una riduzione che non ha più alcuna ragione di esistere”, afferma Romina Iannuzzi, segretaria territoriale del NurSind Avellino.

“Nel 2016 i lavoratori hanno fatto la loro parte, contribuendo a salvare posti di lavoro. Oggi è l’azienda che deve restituire dignità a chi ogni giorno garantisce la salute dei cittadini”.

Le parole del sindacato non sono uno slogan, ma la sintesi di una condizione concreta. Un buono pasto fermo a due euro rappresenta, di fatto, un costo scaricato interamente sui lavoratori, che si traduce in una perdita economica quotidiana e in un messaggio pericoloso: il sacrificio di ieri può diventare il risparmio strutturale di oggi.

Il NurSind sottolinea come la Casa di Cura Malzoni sia riconosciuta come un’eccellenza sanitaria del territorio irpino, ma ribadisce un principio non negoziabile: il prestigio di una struttura non può poggiare sulle spalle e sul portafoglio dei dipendenti. Per questo è stata inviata una nota ufficiale alla Direzione amministrativa, con una richiesta chiara e non più rinviabile: l’adeguamento del valore del buono pasto ai valori di mercato e al reale costo della vita.

“Quello che doveva essere un aiuto temporaneo si è trasformato in un vero e proprio prelievo forzoso”, denuncia ancora Iannuzzi. “Se l’azienda continuerà a ignorare questa richiesta legittima, non escludiamo il ricorso allo stato di agitazione”.

Ad oggi, dalla Casa di Cura Malzoni non è arrivata alcuna risposta ufficiale. Un silenzio che rischia di aggravare una frattura già evidente e di compromettere il rapporto di fiducia con il personale sanitario. La vicenda, avvertono dal NurSind, potrebbe rapidamente assumere una rilevanza più ampia, diventando un caso emblematico di come la sanità privata affronta – o evita – il tema del riconoscimento economico del lavoro.

Dieci anni dopo quel gesto di solidarietà, una cosa appare chiara: la responsabilità dei lavoratori non può essere eterna, mentre i diritti restano congelati.