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Stanisława Leszczyńska: l’ostetrica che ad Auschwitz difese la vita contro lo sterminio

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 28/01/2026

Narrative Nursin(d)g

Di ritorno da una visita ad Aushwitz Birkenau, nel giorno della memoria ho trovato una storia di cui non avevo contezza. Magari sarà solo un mio difetto ma penso valga la pena di proporvela.

 

La Storia dell'Ostetrica che nell'Inferno di Birkenau Fece Nascere 3.000 Bambini

Nel cuore dell'oscurità di Auschwitz-Birkenau, dove la morte regnava sovrana e l'umanità sembrava essersi dissolta, una donna polacca di bassa statura ma di coraggio straordinario pronunciò parole che avrebbero dovuto costarle la vita: "No! Nessuno può uccidere i bambini!". Era Stanisława Leszczyńska, un'ostetrica che trasformò il reparto maternità di un campo di sterminio in un luogo dove, contro ogni logica della follia nazista, la vita continuava a trionfare.

Gli Anni della Formazione: Una Vocazione che Diventa Promessa

Stanisława Zambrzycka nacque a Łódź, in Polonia, l'8 maggio 1896, figlia di Jan Zambrzycki, falegname, e di sua moglie Henryka. La sua infanzia fu segnata da un'avventura familiare: nel 1908, quando aveva dodici anni, la famiglia si trasferì in Brasile, a Rio de Janeiro, in cerca di fortuna. Furono due anni intensi, durante i quali la giovane Stanisława imparò il portoghese e perfezionò il tedesco – lingue che, in modo provvidenziale, le sarebbero tornate utili nei momenti più drammatici della sua vita.

Nel 1910 la famiglia fece ritorno in Polonia. Il 17 ottobre 1917, a ventun anni, Stanisława sposò Bronisław Leszczyński, un tipografo dall'animo nobile come il suo. Si trasferirono a Varsavia, dove la giovane donna iniziò a coltivare quello che sarebbe diventato molto più di un mestiere. Presso la Scuola per Ostetriche della capitale, Stanisława si diplomò con lode negli anni Venti, abbracciando con passione totale la professione di levatrice.

Dal matrimonio nacquero quattro figli: nel 1917 Bronisław, nel 1919 Sylwia (unica femmina), nel 1922 Stanisław e nel 1923 Henryk. La vita della famiglia Leszczyński scorreva serena nel quartiere prevalentemente ebraico di Łódź, dove si erano stabiliti. Stanisława esercitava con dedizione la sua professione, percorrendo chilometri attraverso le campagne polacche per assistere le partorienti.

Aveva una fede profonda e vissuta: consacrò il suo lavoro alla Madonna, facendo una promessa solenne che dice molto del suo carattere – se avesse mai perso un bambino durante un parto, avrebbe abbandonato per sempre la professione. Era una promessa che si sarebbe rivelata profetica, perché in tutta la sua carriera, nemmeno nelle condizioni più estreme immaginabili, Stanisława avrebbe mai perso un neonato durante il parto.

L'Invasione Nazista e la Scelta della Resistenza

Il 1° settembre 1939 segna l'inizio dell'incubo. L'invasione tedesca della Polonia spezza la serenità della famiglia Leszczyński. Di fronte all'orrore che si sta consumando intorno a loro, Stanisława e Bronisław prendono una decisione che cambierà per sempre il loro destino: non possono restare a guardare.

Mettendo a rischio le loro vite, iniziano ad aiutare gli ebrei del ghetto di Łódź. Bronisław usa la sua tipografia per confezionare documenti falsi, mentre Stanisława fornisce cibo e assistenza medica. Per oltre tre anni, la famiglia diventa un punto di riferimento per chi cerca di sfuggire alla persecuzione nazista. È un'opera pericolosa, che richiede coraggio, organizzazione e una rete di complicità.

L'Arresto e la Deportazione

Nella notte tra il 19 e il 20 febbraio 1943, il lavoro clandestino della famiglia viene scoperto. La Gestapo irrompe nelle loro case. Stanisława viene arrestata insieme a tre dei suoi quattro figli: Sylwia, Stanisław ed Henryk. Solo il marito Bronisław e il figlio maggiore Bronisław Jr. riescono miracolosamente a sfuggire alla cattura, nascondendosi e continuando l'opera di resistenza.

Stanisława e Sylwia vengono rinchiuse nel carcere femminile di via Gdańska, mentre i due figli maschi finiscono in quello di via Sterling. Durante questi giorni di interrogatori e violenze, la donna compie un gesto che si rivelerà provvidenziale: nasconde il suo diploma di ostetrica e alcuni documenti professionali scritti in tedesco all'interno di un tubetto di dentifricio. È un presentimento, la sensazione che quelle carte potrebbero tornarle utili.

Dopo l'interrogatorio e la condanna, il 17 aprile 1943, Stanisława e sua figlia Sylwia, che aveva iniziato gli studi di medicina, vengono deportate nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. I due figli maschi vengono inviati al campo di Mauthausen-Gusen, in Austria. Il marito Bronisław non rivedrà mai più la moglie: morirà combattendo nella rivolta di Varsavia nell'agosto del 1944.

L'Inferno di Auschwitz: Il "Reparto Maternità" della Morte

All'arrivo ad Auschwitz, Stanisława e Sylwia scoprono un orrore che supera ogni immaginazione. Il campo era organizzato come una gigantesca macchina di morte, dove ogni aspetto dell'esistenza umana era sottoposto alla logica dello sterminio.

Prima del 1943, la sorte delle donne incinte ad Auschwitz era segnata: venivano mandate direttamente alle camere a gas o uccise con iniezioni di fenolo. Ma da qualche mese la politica era cambiata. Le donne venivano lasciate partorire, solo perché i loro figli potessero essere soppressi davanti ai loro occhi.

Il "reparto maternità" era gestito da due infermiere tedesche: Schwester Klara, un'infanticida già condannata per lo stesso reato prima della guerra, e la sua assistente Pfani, una prostituta. Il loro compito era sistematico e agghiacciante come scrisse la stessa Stanisława nel suo "Rapporto di un'ostetrica da Auschwitz": "fino al maggio 1943, i bambini nati nel campo furono uccisi crudelmente: venivano annegati in un barile pieno d'acqua. Dopo ogni nascita veniva spruzzata violentemente dell'acqua, a volte per molto tempo. In seguito, la madre vedeva il corpo di suo figlio gettato a terra di fronte al dormitorio, rosicchiato dai topi". Ogni vittima veniva certificata come "nato morto". Si stima che Klara e Pfani abbiano ucciso circa 1.500 neonati.

"No! Nessuno Può Uccidere i Bambini!"

Nel 1943, quando Klara si ammalò, fu necessario trovare una sostituta. Fu allora che Stanisława, mostrando i documenti nascosti nel tubetto di dentifricio, si offrì per il compito. La donna capì immediatamente cosa le veniva richiesto, ma la sua risposta fu inequivocabile.

Quando il medico del campo – probabilmente lo stesso Josef Mengele, il famigerato "Angelo della Morte" – le ordinò di trattare tutti i neonati come se fossero morti, di affogarli come aveva fatto Klara, Stanisława, lo guardò dritto negli occhi e tuonò: "No! Nessuno può uccidere i bambini!".

Era una dichiarazione che avrebbe dovuto costarle immediatamente la vita. Ma qualcosa nell'autorevolezza morale di quella donna fermò i nazisti. Da quel momento, nessun neonato fu più soppresso direttamente nel "reparto maternità" gestito da Stanisława.

Il Miracolo della Vita nell'Inferno

Le condizioni in cui Stanisława doveva operare erano semplicemente disumane. Come lei stessa testimoniò: "in generale, nel dormitorio c'erano infezioni, puzze ed ogni tipo di parassiti. C'erano molti topi che mangiavano il naso, le orecchie, le dita dei piedi o i talloni delle donne molto malate, esauste, debilitate e che non potevano muoversi. I ratti, ingrassati con la carne dei cadaveri, erano cresciuti come grandi felini. Dovetti procurarmi io stessa l'acqua necessaria per lavare le madri e i neonati, e per portare un secchio di acqua erano necessari venti minuti".

Non aveva antisettici, strumenti sterilizzati o lenzuola pulite. Faceva nascere i bambini sopra un pezzo della cappa del camino costruito lungo la baracca, al posto di un letto sterile aveva una coperta sporca piena di pidocchi. Eppure, con ingegnosità e dedizione instancabile, Stanisława riuscì a creare un ambiente il più possibile dignitoso:

  • riservò i letti più vicini alla stufa per le partorienti e i neonati, assicurando loro almeno un po' di calore;
  • procurava razioni di cibo più abbondanti per le donne incinte;
  • cercava di trovare lenzuola meno sporche, quando possibile;
  • restava sveglia intere notti, assistendo ogni donna con pazienza infinita;
  • pregava con le madri, le confortava, restituiva a quel momento la sua meravigliosa dignità;

Le prigioniere sopravvissute ricordavano il suo essere sempre presente, quasi mai a riposo, una figura calma e composta che ben presto tutti iniziarono a chiamare "mamma" o "l'angelo della bontà".

Il Record Impossibile

Dal 17 aprile 1943 al 27 gennaio 1945, quasi due anni di lavoro ininterrotto, Stanisława Leszczyńska assistette circa 3.000 nascite. E qui sta il miracolo che stupì persino i medici nazisti: non un solo bambino nacque morto sotto la sua assistenza. Non una sola madre morì di parto.

Erano statistiche di cui non potevano vantarsi nemmeno le migliori cliniche del mondo, e Stanisława le raggiungeva in un campo di sterminio, senza strumenti, senza igiene, senza medicine. Quando i nazisti si resero conto di questa impossibile percentuale di successo, la osservarono con un misto di incredulità e timore reverenziale.

Il figlio Bronisław Jr. racconta un episodio significativo: una volta, durante una visita al reparto, Josef Mengele incrociò lo sguardo di Stanisława. Il "Dottor Morte", responsabile di esperimenti atroci su migliaia di persone, improvvisamente abbassò gli occhi e confessò a una prigioniera polacca che, per un attimo, si era "sentito umano". "La gente sapeva che lei aveva un potere su di lui", dichiarò in seguito Bronisław.

La Tragedia dei Bambini

Nonostante gli sforzi eroici di Stanisława, il destino dei neonati restava tragico. Dei 3.000 bambini che fece nascere:

  • circa 1.500 furono brutalmente uccisi dal personale del campo nei giorni o settimane seguenti alla nascita;
  • circa 1.000 morirono di fame, freddo e malattie nelle terribili condizioni del campo;
  • alcune centinaia, selezionati per caratteristiche somatiche "ariane" (capelli biondi, occhi azzurri), furono mandati al brefotrofio di Nakło per essere adottati da coppie tedesche senza figli, nell'ambito del progetto di creazione della "razza pura";
  • solo una trentina sopravvissero insieme alle madri fino alla liberazione del campo.

Stanisława, nella sua impotenza di fronte a questa carneficina, praticava un leggerissimo e nascosto tatuaggio ai bambini, nella speranza che un giorno madre e figlio potessero riconoscersi e riunirsi. Teneva anche un diario segreto, annotando nomi e dettagli di ogni nascita, in un quaderno che sarebbe poi diventato il suo "Rapporto di un'ostetrica da Auschwitz".

La Fede come Resistenza

La forza di Stanisława non era solo fisica o tecnica, ma profondamente spirituale. Terziaria francescana, molto devota alla Madonna, non nascondeva la sua fede nemmeno di fronte alle guardie naziste. Recitava pubblicamente l'Ave Maria davanti a prigionieri e aguzzini, benediceva madri e bambini con il segno della croce, battezzava i neonati con l'acqua disponibile.

Una prigioniera, Maria Slisz-Oyrzyńska (numero 40275), racconta: "nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 1943, nel nostro blocco 17 nacque il primo bambino. Ha partorito un maschio e il parto è stato assistito da Stanisława Leszczyńska. Quando il bambino è nato, mi ha detto: 'e ora lo battezziamo'. Ero la sua madrina, il primo figlioccio della mia vita; la madre voleva che fosse battezzato con il nome di Adamo. Pronunciando le parole giuste, Stanisława Leszczyńska battezzò il piccolo Adam".

Un'altra testimone ricorda che, mentre il fronte si avvicinava e il campo stava per essere liberato, Stanisława "improvvisamente accorse e disse che doveva farsi portare tutti i bambini che non erano ancora stati battezzati, per battezzarli".

Un episodio particolarmente toccante avvenne la notte di Natale. Stanisława ricevette dai genitori un pacco con del pane. Lo tagliò a fettine sottili, lo pose su un pezzo di cartone e lo distribuì come un'ostia ai prigionieri, trasformando quella baracca dell'orrore in una chiesa improvvisata. Proprio in quel momento entrò il Dottor Mengele. Il silenzio fu totale, ma Stanisława continuò la sua cerimonia.

Come scrisse Elizabeth Solomon, una delle madri di Auschwitz, in una poesia dedicata all'ostetrica: Stanisława era venuta a dare "la notizia per i secoli a venire che lì – in mezzo alla morte, alla miseria e alla sporcizia – Maria, in una camicia a righe, ha dato alla luce Gesù". Ogni parto diventava un Natale, ogni bambino un miracolo che sfidava la logica della morte.

La Liberazione e il Difficile Ritorno alla Vita

Il 27 gennaio 1945, le truppe dell'Armata Rossa liberarono Auschwitz-Birkenau. Quando i tedeschi cominciarono a smantellare il campo, evacuando i prigionieri ancora in grado di camminare nelle tristemente note "marce della morte", Stanisława prese una decisione: rimase. Non poteva abbandonare le donne che avevano appena partorito, i neonati che dipendevano dalle loro madri. Si nascose con la figlia Sylwia tra le donne più gravemente malate, per poterle assistere fino all'ultimo.

Lavorò fino al 2 febbraio 1945, quando finalmente la Croce Rossa prese in carico madri e neonati. In totale, Stanisława e sua figlia avevano trascorso 668 giorni ad Auschwitz-Birkenau. Trentuno bambini da lei fatti nascere sopravvissero fino alla liberazione insieme alle loro madri.

Dopo la liberazione, Stanisława e Sylwia poterono finalmente fare ritorno a Łódź. Qui ritrovarono i figli maschi, sopravvissuti miracolosamente a Mauthausen e diventati poi entrambi medici. Ma mancava Bronisław, il marito amato, morto combattendo per la libertà della Polonia.

Stanisława cercò di tornare alla vita normale, continuando a lavorare come ostetrica fino alla metà degli anni Cinquanta. Eppure, per molti anni, non parlò mai della sua esperienza ad Auschwitz. Il motivo era straordinario: non voleva alimentare l'odio contro il popolo tedesco. "Non tutti i tedeschi erano nazisti", ripeteva. Anche dopo aver vissuto l'inferno, anche dopo aver visto i crimini più atroci, Stanisława si rifiutava di cedere all'odio.

Solo nel 1957 pubblicò le sue memorie, col titolo "Rapporto di un'ostetrica da Auschwitz", un documento preziosissimo che oggi è una delle testimonianze più importanti sull'Olocausto.

L'Ultimo Incontro

Il 27 gennaio 1970, venticinque anni dopo la liberazione, Stanisława partecipò a una celebrazione ufficiale a Varsavia. Fu un momento commovente: incontrò alcune delle donne che erano state prigioniere ad Auschwitz, insieme ai bambini che lei aveva aiutato a nascere. Quei ragazzi e ragazze, ora venticinquenni, poterono finalmente abbracciare e ringraziare la donna che aveva dato loro la vita in mezzo alla morte.

Nel suo diario, Stanisława scrisse dopo quell'incontro parole cariche di dolore e memoria: "Tra tutti i ricordi tremendi, c'è un pensiero che continua ad assalire la mia coscienza: tutti i bambini sono nati vivi. Il loro obiettivo era quello di vivere. Di loro, nel campo, ne sono sopravvissuti solo una trentina".

La Morte e la Memoria

Stanisława Leszczyńska morì l'11 marzo 1974 a Łódź, all'età di 77 anni, consumata da un cancro. Volle essere sepolta indossando l'abito di terziaria francescana, segno della sua profonda fede. I funerali si svolsero nel cimitero di San Rocco, nel quartiere di Radogoszcz.

La sua morte fu percepita come la perdita di una santa. Nemmeno vent'anni dopo, il 13 marzo 1992, l'Arcidiocesi di Łódź diede inizio al processo di beatificazione. Nel 1996, le sue spoglie furono trasferite dalla tomba del cimitero alla cripta della Chiesa dell'Assunzione della Beata Vergine Maria a Łódź, la stessa chiesa dove era stata battezzata.

Il Cammino verso la Santità

L'11 marzo 2024, nel cinquantesimo anniversario della sua morte, si è conclusa a Łódź la fase diocesana del processo di beatificazione di Stanisława Leszczyńska, iniziato nel 1992. La cerimonia si è svolta presso il Seminario Maggiore, presieduta dal cardinale Grzegorz Ryś, arcivescovo di Łódź.

Il 17 aprile 2024, i documenti raccolti durante la fase diocesana sono stati presentati alla Congregazione per le Cause dei Santi in Vaticano.

Il Culto e la Devozione

Oggi Stanisława Leszczyńska è considerata la patrona delle ostetriche e delle infermiere polacche. Ogni anno, l'11 marzo, nella Chiesa dell'Assunzione della Beata Vergine Maria a Łódź si celebra una Messa solenne per la sua beatificazione, alla quale partecipano ostetriche da tutta la Polonia.

Numerose associazioni di infermieristica portano il suo nome, così come una scuola per infermiere. Molte persone, specialmente professionisti sanitari, fanno pellegrinaggi alla sua tomba per pregare e chiedere la sua intercessione.

L'Eredità Immortale

La storia di Stanisława Leszczyńska è molto più che la cronaca di un'esperienza nel più terribile dei campi di sterminio. È la testimonianza luminosa che anche nell'inferno creato dall'uomo, anche quando la barbarie sembra aver cancellato ogni traccia di umanità, la dignità umana può resistere e trionfare.

Come disse uno dei prigionieri sopravvissuti: "Nei lager vinse la bontà". Stanisława Leszczyńska lo dimostrò con ogni singolo parto, trasformando ogni nascita in un Natale, ogni bambino in un segno di speranza che nemmeno la macchina di morte nazista poteva spegnere.

Stanisława Leszczyńska ci insegna che la grandezza dell'essere umano non si misura dal successo o dalla vittoria, ma dalla fedeltà ai propri principi anche quando tutto sembra perduto. Ci ricorda che un atto di bontà, anche minimo, anche apparentemente inutile di fronte a una tragedia immensa, ha un valore eterno.

Quella piccola donna polacca, con il suo coraggio leonino e la sua fede incrollabile, ha sconfitto la morte tremila volte. E continua a farlo, ogni volta che la sua storia viene raccontata, ogni volta che qualcuno, ispirato dal suo esempio, sceglie di difendere la vita contro ogni logica di morte.