Ebola preoccupa il mondo: il Congo brucia, Washington chiude le frontiere, l'Europa vigila
Quando i primi malati gravi hanno cominciato a morire nel giro di quattro giorni nella provincia dell'Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo, qualcosa non tornava. I campioni biologici venivano raccolti, analizzati, e il risultato era negativo. Non perché il virus non ci fosse, ma perché i laboratori stavano cercando quello sbagliato. Solo dopo circa dieci giorni dal primo sospetto clinico è arrivata la conferma: il responsabile non era l'Ebola Zaire, il ceppo più conosciuto e atteso, ma il Bundibugyo ebolavirus, una variante molto meno frequente, individuata per la prima volta nel 2007 nell'area di confine tra Uganda e Repubblica Democratica del Congo, e per la quale non esistono vaccini approvati né terapie validate. In un'epidemia ad alta trasmissibilità, quei dieci giorni equivalgono a decine di catene di contagio.
Il 22 maggio 2026 il mondo ha preso posizione, con toni e misure diverse ma con un comune denominatore: la preoccupazione.
Un'epidemia più grande di quanto i numeri ufficiali mostrino
Il direttore generale dell'OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha scritto su X che la situazione in RDC è profondamente preoccupante: i casi confermati sono 82 con 7 decessi accertati, ma i casi sospetti hanno già raggiunto quota 750, con 177 morti sospetti. I numeri, ha precisato, sono in continua evoluzione grazie al miglioramento delle attività di sorveglianza, ma la violenza e l'insicurezza sul territorio stanno ostacolando pesantemente la risposta. In altre parole, l'epidemia è molto più estesa di quanto i dati di laboratorio riescano a certificare. L'ECDC, in un aggiornamento al 20 maggio, fotografava quasi 600 casi sospetti e 139 decessi, con la maggior parte dei casi nella provincia dell'Ituri e almeno uno a Goma, nel Nord Kivu.
Un dato ulteriore rende il quadro ancora più allarmante: la percentuale di positività sui campioni esaminati supera il sessanta per cento. In epidemiologia delle febbri emorragiche, un valore così elevato suggerisce che il sistema sanitario stia intercettando solo una frazione dei contagi reali. Sul fronte ugandese, la situazione è per ora più contenuta: due casi confermati, importati dalla RDC, e un decesso.
Il virus che i test non riconoscevano: perché Ebola non è un virus solo
Comprendere questo ritardo diagnostico richiede una premessa tecnica. Ebola non indica un unico patogeno ma una famiglia di filovirus geneticamente differenti. La specie più nota è lo Zaire ebolavirus, responsabile della devastante epidemia dell'Africa occidentale del 2014-2016 e del lungo focolaio del Congo orientale tra il 2018 e il 2020. Attorno a quella specie sono stati costruiti negli ultimi anni i principali strumenti di risposta: test diagnostici rapidi, vaccini e protocolli terapeutici. Il Bundibugyo è una variante diversa, molto meno studiata, per la quale esistono pochi dati epidemiologici. Il risultato negativo iniziale, quindi, non escludeva Ebola in assoluto; escludeva soltanto il ceppo atteso.
La letalità storica del Bundibugyo si attesta intorno a un terzo dei contagiati. Con ospedali saturi, diagnostica in ritardo e risorse insufficienti per raggiungere i malati nelle aree rurali, ci sono poche ragioni per credere che quel dato non sia destinato a peggiorare.
La guerra come moltiplicatore del contagio
Contenere un'epidemia di Ebola in una zona di conflitto armato attivo è un'operazione estremamente difficile: non si controlla il territorio, i pericoli per gli operatori sono estremi, il tracciamento dei contatti diventa quasi impossibile. La provincia dell'Ituri, dalla fine del 2025, è teatro di un'intensificazione drammatica degli scontri: oltre centomila nuovi sfollati, strutture sanitarie già fragili in tempo di pace ora in molti casi inaccessibili o distrutte. Tedros ha indicato esplicitamente la violenza come uno dei principali ostacoli alla risposta sul campo.
A complicare ulteriormente il quadro, l'Ituri è una regione mineraria ad alta mobilità: il virus viaggia con chi cerca lavoro, con chi torna dalla famiglia, con chi ha assistito un parente malato e poi sale su un autobus. Il focolaio non è più circoscritto al punto di partenza: casi confermati sono stati segnalati in nove zone sanitarie dell'Ituri, almeno uno è stato documentato a Goma, una città di milioni di abitanti sulla frontiera con il Ruanda, attualmente sotto controllo di un gruppo armato, due casi sono stati accertati a Kampala, in Uganda, uno dei quali letale, e il Sud Sudan ha segnalato un contagio nella zona di confine. Un cittadino americano infettato in Congo è stato trasferito in Germania per cure specialistiche; altri sei contatti ad alto rischio sono in evacuazione medica verso lo stesso reparto di isolamento. L'Ebola Bundibugyo è arrivata in Europa.
"Una bomba a orologeria": la denuncia di ActionAid
Saani Yakubu Mohammed (intervistato da Repubblica), direttore di ActionAid nella Repubblica Democratica del Congo, opera da una delle province più pericolose del pianeta. La sua organizzazione era già sul campo quando i primi casi si sono manifestati, presente in tutti i territori colpiti con reti radicate nelle comunità locali, e ha lanciato l'allarme un giorno prima che l'OMS pronunciasse la sua dichiarazione ufficiale. "Quello che abbiamo visto nelle dodici comunità di Nyankunde, Nizi e Bunia", ha dichiarato Saani, "è una situazione disperata: scarsi livelli di consapevolezza della malattia, mancanza di infrastrutture di protezione, gravi interruzioni dei servizi nei centri sanitari e nelle scuole."
ActionAid ha condotto una valutazione rapida dei bisogni nelle comunità colpite. I numeri che ne emergono sono gravi: l'83% delle scuole non dispone di postazioni per il lavaggio delle mani; il 78% non ha dispositivi di protezione individuale per insegnanti e studenti; il 74% degli insegnanti non ha ricevuto alcuna formazione. Quasi un terzo delle scuole esaminate ha già registrato almeno un caso sospetto. "Come possiamo contenere un'epidemia", chiede Saani, "quando gli insegnanti e le madri a casa sono mal equipaggiati e scarsamente informati su come gestire la malattia?" L'assenza di protezioni nelle comunità è, nelle sue parole, "una bomba a orologeria". Le donne ne pagano il prezzo più alto: l'82% delle intervistate dall'organizzazione ha dichiarato di prestare assistenza primaria ai familiari malati, esponendosi in modo sproporzionato al contagio, spesso senza protezioni e senza formazione.
Washington alza il muro: stop ai visti e screening a Dulles
La risposta americana è stata la più decisa sul piano delle misure restrittive. Il 18 maggio 2026, i Centers for Disease Control and Prevention hanno emesso un ordine che sospende l'ingresso negli Stati Uniti per i cittadini stranieri che abbiano soggiornato, nei 21 giorni precedenti l'arrivo, in Repubblica Democratica del Congo, Uganda o Sud Sudan. I cittadini americani, i residenti permanenti e i titolari di green card sono esclusi dal divieto, ma non dall'obbligo di controllo: a partire dalla mezzanotte del 20 maggio, tutti i viaggiatori provenienti da quei tre paesi vengono reindirizzati al Washington-Dulles International Airport per uno screening sanitario potenziato. Il protocollo prevede la compilazione di un questionario su storia dei viaggi, eventuali sintomi e recapiti, la misurazione della temperatura con termometri senza contatto e l'osservazione da parte del personale CDC. Chi non presenta sintomi può proseguire verso la destinazione finale, ma i suoi dati vengono condivisi con le autorità sanitarie locali; chi presenta febbre o altri segnali viene valutato direttamente da un ufficiale CDC. L'agenzia precisa che al momento non risultano casi sospetti, probabili o confermati negli Stati Uniti.
La mossa ha suscitato preoccupazione e critiche da parte di governi africani e organizzazioni internazionali, che temono impatti economici, sociali e soprattutto un effetto di stigmatizzazione delle popolazioni colpite.
L'Europa vigila, ma mantiene la calma
Diverso il tono delle istituzioni europee. La portavoce della Commissione europea Eva Hrncirova ha dichiarato durante un briefing stampa a Bruxelles il 20 maggio che il rischio di un'epidemia di Ebola nell'UE è molto basso, e che non vi sono indicazioni che i cittadini europei debbano adottare misure specifiche al di là delle consuete raccomandazioni di salute pubblica. L'ECDC ha confermato che la probabilità di infezione per le persone che vivono nell'UE/SEE rimane molto bassa, ma ha chiesto ai paesi dell'Unione di rafforzare le capacità di isolamento e gestione dei casi sospetti, il tracciamento dei contatti e le misure di prevenzione in laboratorio e nei contesti sanitari, attivando anche la task force sanitaria dell'UE.
Sul tema dei viaggiatori, il Centro europeo ha ricordato che lo screening in uscita dai paesi colpiti è fondamentale ma non sufficiente da solo: i sintomi possono manifestarsi dopo l'arrivo, perciò chi rientra dalle zone a rischio deve informare immediatamente il proprio medico sulla storia di viaggio e sulle eventuali esposizioni. "Rischio molto basso" non significa rischio zero.
La lezione che non avevamo imparato
Questa epidemia impone una riflessione che va oltre l'emergenza del momento. Dopo il disastro del 2014 in Africa occidentale era diventato evidente che il tempo è una variabile decisiva. Da quella lezione erano emersi i vaccini, i protocolli, le reti di allerta precoce. Ma quella lezione riguardava un virus preciso, il più conosciuto, quello atteso. Il Bundibugyo ha dimostrato che la sorveglianza globale è costruita per intercettare le minacce già catalogate, e che le lacune farmacologiche e diagnostiche per le varianti meno studiate possono trasformare un ritardo di dieci giorni in un'epidemia fuori controllo.
Il rischio per l'Italia e per l'Europa, in termini assoluti, resta contenuto: un caso importato e gestito in un centro specializzato non dovrebbe rappresentare un problema insormontabile. Ma quel filtro lo tengono in piedi gli operatori sanitari locali e le équipe delle organizzazioni umanitarie presenti nell'Ituri. Quando quel sistema entra in crisi, la distanza tra Bunia e Roma si accorcia molto più di quanto le mappe lascino immaginare.
Investire nella risposta là dove l'epidemia si manifesta non è un atto di solidarietà internazionale. È prevenzione.
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