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Infermieri. Case della Comunità, pensionamenti e fuga dalla professione: la tempesta perfetta

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 09/06/2026

Professione e lavoroStudi e analisi

Il Rapporto Italia 2026 di Eurispes, giunto alla sua 38esima edizione, ha dedicato un focus ampio e documentato alla professione infermieristica, collocandola al centro del dibattito sul futuro del Servizio sanitario nazionale come questione strutturale da cui dipende la tenuta dell'intero sistema.
Eurispes è l'Ente di ricerca per lo studio e la programmazione economica e sociale, un organismo indipendente che ogni anno produce il Rapporto Italia, documento di analisi e previsione sul sistema economico, sociale e sanitario del Paese. Il Rapporto 2026 è stato presentato con il contributo di esperti e istituzioni ed è utilizzato come riferimento per orientare le scelte di politica sanitaria e per la programmazione del Servizio sanitario nazionale. La scelta di dedicare un capitolo articolato alla professione infermieristica non è casuale: è il riconoscimento che quella crisi ha smesso di essere un problema di settore per diventare un problema del Paese.

 

Un deficit che viene da lontano
Per capire dove siamo arrivati nel 2026, bisogna guardare indietro. La carenza di infermieri in Italia non è il risultato di un evento improvviso: è il frutto di decenni di sottoinvestimento, di una programmazione universitaria scoordinata rispetto ai fabbisogni reali del sistema sanitario, di politiche retributive rimaste indietro rispetto all'Europa e di una concezione della professione ancora troppo spesso ancorata a un modello subalterno rispetto alla figura medica.
Il dato di partenza è noto: l'Italia conta 6,2 infermieri ogni 1.000 abitanti, a fronte di una media europea di 8,4, misura di un ritardo che non è colmabile in tempi brevi e che se si restringe l'analisi al settore pubblico, scende ulteriormente. Le differenze regionali amplificano il quadro: alcune regioni del Nord, pur disponendo di strutture ospedaliere più densamente distribuite, registrano tassi di copertura tra i più bassi del Paese, a causa sia della pressione della domanda sia della perdita di professionisti verso il settore privato o verso l'estero.
Questo squilibrio non è rimasto confinato alle statistiche. Ha avuto effetti concreti e visibili: stanze di degenza inutilizzate, reparti chiusi o accorpati, liste d'attesa per operazioni e ricoveri che si allungano non solo perché mancano i medici, ma perché non ci sono abbastanza infermieri per tenere aperti i letti. Senza infermieri, un letto ospedaliero è solo un mobile. Questo è il punto che il Rapporto Eurispes porta con forza: la crisi non è solo numerica, è organizzativa e sistemica.

 

La pressione demografica e l'onda dei pensionamenti
Il secondo elemento che ha reso la questione infermieristica urgente nel 2026 è il fattore anagrafico. Le proiezioni elaborate su base demografica dal personale del Servizio sanitario nazionale, utilizzando i dati del Conto Annuale del Ministero dell'Economia e le analisi della Fondazione GIMBE, stimano oltre 66.000 pensionamenti tra il 2026 e il 2030. Si tratta di un'uscita di massa programmata e prevedibile, che nessuna politica di reclutamento ha finora provato ad affrontare con la necessaria determinazione.
Oltre il 50% degli infermieri dipendenti del SSN ha oggi più di 50 anni.
L'invecchiamento della popolazione italiana (l'età media ha raggiunto 49,1 anni secondo Eurostat, con il 24,7% degli italiani over 65) è un indicatore diretto dell'aumento strutturale della cronicità, della fragilità e del bisogno di assistenza continuativa. Proprio mentre cresce la domanda di cure, si restringe l'offerta di chi può fornirle e cresce la pressione sui professionisti ancora in servizio, alimentando i fenomeni di burnout e di abbandono volontario della professione.

 

La perdita di attrattività e il calo delle iscrizioni
Il terzo pilastro della crisi è il crollo dell'attrattività della professione. Le iscrizioni ai corsi di laurea in Infermieristica sono in calo. I laureati effettivi nei prossimi anni non supereranno le 13-14.000 unità all'anno. In un sistema che perde oltre 66.000 professionisti in cinque anni e ne forma poco più di 52-56.000 nello stesso periodo, la matematica è impietosa: si crea una carenza strutturale che le stime indicano intorno alle 175.000 unità, un numero che non si colma con misure ordinarie.
Perché i giovani scelgono sempre meno l'infermieristica? Il Rapporto Eurispes individua i fattori con precisione: stipendi tra i più bassi d'Europa rispetto alle medie OCSE, scarse prospettive di carriera clinica avanzata, subordinazione professionale percepita, incongruenza tra la complessità del percorso formativo e le condizioni di lavoro reali, turni massacranti che alimentano burnout e difficoltà di conciliazione vita-lavoro. Il risultato è che gli infermieri non solo non arrivano, ma anche quelli già formati se ne vanno.
Secondo il primo Rapporto Fnopi-Sant'Anna, quasi il 30% degli infermieri italiani pensa di cambiare lavoro, e nelle aree ospedaliere fino al 45% valuta di lasciare la professione entro un anno. Tra il 2021 e il 2022 si sono dimessi volontariamente circa 15.000 infermieri con contratto a tempo indeterminato. Una quota piccola in termini percentuali, ma significativa in termini assoluti per un sistema che non riesce a rimpiazzarli.

 

Come Eurispes legge la crisi
Il Rapporto Italia 2026 di Eurispes non si limita a fotografare il deficit numerico. Il suo contributo più rilevante è interpretativo: la questione infermieristica non viene letta come un problema di risorse umane ma come un problema di governance del lavoro assistenziale. La professione infermieristica, scrive Eurispes, è il perno per immaginare il futuro della salute e della sanità italiana. Il suo indebolimento non è un danno collaterale della crisi del SSN: è una delle sue cause principali e rischia di diventare il fattore che blocca l'intera riorganizzazione del sistema.
Gian Maria Fara, presidente di Eurispes, ha sintetizzato questa visione in modo diretto: "una popolazione meno sana è una popolazione meno produttiva, più impaurita e più vulnerabile. La privatizzazione totale o il mantenimento dello status quo non possono essere le vie d'uscita. L'attesa è quella di una riforma coraggiosa che rimetta al centro il cittadino, che investa sul personale sanitario, che ridisegni la medicina di territorio, che utilizzi la tecnologia per abbattere le diseguaglianze di accesso”.
È una posizione che collega la tenuta della professione infermieristica alla capacità produttiva e alla coesione sociale del Paese. Non si tratta di un'affermazione retorica: un sistema sanitario che non riesce a garantire assistenza produce rinunce alle cure, aggrava le diseguaglianze tra chi può permettersi il privato e chi no e scarica sulla collettività i costi dell'indebolimento della sanità pubblica.

 

Le due leve strategiche: task shifting e infermiere di famiglia
Il Rapporto individua due strumenti principali per affrontare la crisi, entrambi già sperimentati con successo in altri Paesi europei.
Il primo è il task shifting, la ridefinizione e riallocazione di alcune attività tra le diverse figure professionali del sistema sanitario. In pratica, significa riconoscere agli infermieri competenze e autonomia più ampie, liberando i medici dai compiti che non richiedono la loro specifica qualificazione e aumentando l'efficienza complessiva dei servizi. Il Rapporto Eurispes guarda all'Europa con dati precisi: nel Regno Unito circa 26.800 infermieri con ruoli di Advanced Practice o Nurse Practitioner gestiscono in autonomia tra il 60% e l'80% dei casi minori nei servizi di See and Treat, e il 65% degli studi di medicina generale impiega almeno un infermiere avanzato per la gestione delle acuzie minori e della cronicità. In Norvegia gli infermieri specialisti di comunità gestiscono il follow-up post-dimissione tramite piattaforme digitali condivise. In Germania il progetto AGnES supporta i medici nelle aree rurali attraverso infermieri con competenze allargate.
Secondo i dati OCSE citati nel Rapporto, ogni euro investito nell'infermieristica di comunità avanzata produce un risparmio stimato di 2,4 euro in minori accessi al pronto soccorso e degenze evitate. Non è una voce di spesa: è un investimento con rendimento positivo misurabile.
Il secondo strumento è l'infermiere di famiglia e comunità (IFeC), la figura prevista dal decreto-legge 34/2020 e ridisegnata dal DM 77/2022, che prevede uno standard di un IFeC ogni 3.000 abitanti, articolato sui tre livelli assistenziali di ambulatorio, domicilio e comunità. A differenza dei modelli anglosassoni, che puntano sull'autonomia diagnostica individuale, il modello italiano si caratterizza per una spiccata propensione al coordinamento territoriale.
Ed è qui che il Rapporto Eurispes suona un campanello d'allarme preciso e documentato. Gli IFeC effettivamente operativi sono stimati in circa 3.000, il 15% del fabbisogno reale che ammonta a circa 20.000 professionisti. Sulle 1.723 Case della Comunità programmate con circa 2 miliardi di euro di risorse PNRR in scadenza al 31 dicembre 2026, solo 46 risultano oggi pienamente operative con medici e infermieri. Eurispes usa un'espressione tagliente per descrivere il rischio: "scatole vuote". Strutture costruite o ristrutturate con fondi pubblici europei che rischiano di rimanere operative sulla carta ma vuote nella realtà, perché non ci sono i professionisti per riempirle.

 

Un'innovazione formativa che arriva in ritardo
Un segnale positivo, che il Rapporto registra, è arrivato con i cosiddetti decreti del 12 maggio, che hanno introdotto la laurea magistrale in infermieristica nelle cure primarie e di famiglia e comunità, riconoscendo per la prima volta a livello universitario una competenza prescrittiva per gli infermieri specializzati in questo ambito. Le università adegueranno i regolamenti didattici per avviare i nuovi corsi dall'anno accademico 2026/2027.
È una svolta rilevante, che allinea finalmente l'Italia agli standard internazionali della specializzazione clinica infermieristica e che era attesa da anni dagli ordini professionali. Tuttavia, come sottolinea il Rapporto, rimangono ancora in corso di definizione i necessari riconoscimenti contrattuali e i protocolli nazionali sui confini di autonomia. L'innovazione formativa, da sola, non risolve il problema dell'attrattività se non è accompagnata da un riconoscimento economico e professionale coerente.

Le voci dei protagonisti
La FNOPi ha commentato il Rapporto Eurispes con una posizione che guarda avanti senza nascondere le criticità: "si attende una riforma coraggiosa che metta al centro il cittadino, che investa sul personale sanitario, che utilizzi la tecnologia per abbattere le diseguaglianze di accesso sul territorio". La Federazione ha precisato: Eurispes cita circa 10.000 cancellazioni dall'Albo nel 2025, un dato che comprende però anche decessi e morosità. Le cancellazioni per trasferimento all'estero sono state 245, e quelle per cessata attività 5.103. Un numero comunque significativo, ma che va letto nel contesto delle nuove iscrizioni: nell'ultimo anno censito sono state 13.601, a compensare parzialmente le uscite.

 

Il nodo della riforma del SSN
Tutto questo si inserisce in un momento in cui il sistema sanitario italiano sta cercando di attuare una riorganizzazione profonda, che punta sulla medicina di territorio, sulla digitalizzazione e sulla presa in carico integrata dei pazienti cronici. Le Case della Comunità, gli Ospedali di Comunità, la telemedicina, il fascicolo sanitario elettronico: sono tutti strumenti che presuppongono infermieri formati, presenti, motivati e adeguatamente retribuiti per funzionare. L'Atto di indirizzo 2026 del Ministero della Salute individua tra le priorità la valorizzazione del personale sanitario, ma segnala allo stesso tempo una "crisi vocazionale" della professione infermieristica che può compromettere l'attuazione delle riforme stesse.
Le analisi convergono su un punto che il Rapporto Eurispes esprime con chiarezza: le riforme del SSN non possono reggersi senza una gestione attiva del capitale umano infermieristico. Se non si interviene su attrattività, condizioni di lavoro e organizzazione, la riorganizzazione del sistema sanitario rischierà di incontrare un collo di bottiglia che nessuna infrastruttura digitale o normativa può aggirare.

 

Le disuguaglianze che crescono
C'è un aspetto della crisi che il Rapporto Eurispes sottolinea con preoccupazione e che rischia di passare in secondo piano nel dibattito pubblico: l'effetto delle diseguaglianze territoriali. La carenza di infermieri non si distribuisce in modo uniforme sul territorio nazionale. Colpisce in modo più acuto le aree rurali, le aree interne, il Sud del Paese. Le strutture private nelle grandi città riescono ad attrarre professionisti offrendo condizioni migliori. Il pubblico nelle periferie rimane scoperto.
Il risultato, è che la salute rischia di tornare a essere un privilegio di classe: chi ha i mezzi economici si rivolge al privato e riceve assistenza rapida e di qualità; chi non li ha aspetta, rinuncia o si cura male. La carenza infermieristica contribuisce direttamente a questo meccanismo: dove mancano gli infermieri, la sanità pubblica di prossimità non può funzionare.


Un anno spartiacque

Il 2026 viene indicato da più parti come un anno spartiacque. Non per ragioni simboliche, ma per la convergenza di fattori concreti: l'avvio dell'ondata di pensionamenti, la scadenza del 31 dicembre per i fondi PNRR destinati alle Case della Comunità, i primi effetti della nuova riforma delle lauree magistrali, e il confronto sempre più urgente con i limiti di un sistema che ha rimandato le scelte strutturali per troppo tempo.
Il Rapporto Eurispes 2026 ha il merito di mettere tutto questo in fila, di dare ai numeri un'interpretazione che va oltre la fotografia statistica, e di indicare con chiarezza le leve su cui intervenire. Task shifting, infermiere di famiglia, percorsi formativi avanzati, riconoscimento contrattuale: non sono soluzioni rapide, ma sono le direzioni necessarie. La domanda che resta aperta e che il Rapporto pone senza rispondervi, è se il sistema politico e istituzionale italiano abbia la volontà e la coerenza per percorrerle con la determinazione che la situazione richiede.
Quello che è certo, come emerge dalla convergenza tra i dati di Eurispes, le dichiarazioni delle organizzazioni di categoria e le analisi degli esperti, è che il tempo delle diagnosi è finito. Ogni anno di inerzia è un anno in cui la carenza si approfondisce, i pensionamenti avanzano, le Case della Comunità restano vuote e gli infermieri in servizio reggono un carico sempre meno sostenibile. La professione infermieristica non è un dettaglio del sistema sanitario italiano. È la sua spina dorsale. E quando la spina dorsale si incurva troppo, tutto il resto si piega con lei.