Il federalismo sanitario scarica il caos sulla formazione degli infermieri di famiglia
Francamente comincio a non capirci più nulla. E va bene che la sanità è competenza delle regioni ed ogni governo deve far da se nel rispetto del DM 77; e va bene pure che i ritardi sull’attuazione del PNRR spingano alcuni verso accelerazioni mentre altri rimangono in assoluta immobilità. Di fatto si sta assistendo ad una formazione del tutto eterogenea che crea difformità da regione a regione, mancata opportunità per i professionisti che vogliono dedicarsi alla nuova frontiera dell’assistenza territoriale, disuguaglianze inopportune tra chi si paga un master e chi viene “selezionato” senza spenderci un soldo.
Corso pilota IFeC allo Spallanzani
Stiamo parlando della formazione per implotonare le nuove truppe di infermieri di famiglia e comunità, IFeC, o IfoC a seconda che ti trovi in una regione o in un’altra, della sensibilità dell’uno o dell’altro tra quelli che hanno scritto il piano sanitario regionale. Insomma, confusione anche nel nome come nella migliore italica tradizione.
Il tema è tornato di grande attualità dal 23 gennaio scorso a Roma, dove la Regione Lazio ha attivato un programma pilota regionale con l’annuncio della partenza dello specifico corso di formazione all'Istituto Spallanzani per Infermieri di Famiglia e Comunità (IfeC).
Organizzato dal Centro di formazione permanente in sanità su mandato regionale, dà attuazione al DM 77/2022 e alle linee guida regionali per potenziare l'assistenza territoriale ed è partito reclutando 120 operatori selezionati da tutte le ASL laziali. Una selezione effettuata internamente dalle singole ASL laziali, che hanno individuato gli operatori tra il proprio personale del Servizio Sanitario Regionale, apparentemente senza un bando pubblico o concorso aperto, ma con designazione diretta.
Ruolo dell'IfeC
L’Infermiere di famiglia e comunità (riporta OPI Roma) è un dipendente del Servizio sanitario regionale che afferisce al distretto sanitario e si inserisce nell’organizzazione territoriale aziendale, all’interno delle Case della comunità, Centrali operative territoriali, Ospedali di comunità e Unità di continuità assistenziale. È un professionista con forte orientamento alla prevenzione, ad intercettare precocemente problemi di salute e alla loro gestione proattiva; si attiva per facilitare e monitorare percorsi di presa in carico e di continuità dell’assistenza in forte integrazione con le altre figure professionali del territorio; svolge la sua attività inserito in una più ampia rete di protezione sanitaria e sociale, in grado di attivare e supportare le risorse di pazienti e caregiver, del volontariato, del privato sociale, e più in generale della comunità. Il suo intervento si sviluppa in tre ambiti: a livello ambulatoriale; a livello domiciliare, per valutare i bisogni del singolo e della famiglia e organizzare l’erogazione dell’assistenza nelle forme più appropriate; a livello comunitario, con attività trasversali di promozione ed educazione alla salute, integrazione con i vari professionisti tra ambito sanitario e sociale.
Il dilemma formazione
Posto quindi che posizionamento e ruolo sono molto ben definiti, meno chiara, per non dire nebulosa, è la questione della sua formazione. Se possiamo comprendere che ogni regione in base alle sue peculiarità geografiche, epidemiologiche ed orografiche abbia libera di facoltà di organizzare il servizio come vuole, molto meno comprensibile è perché altrettanto arbitraria sia la formazione di questo professionista. Se un medico vuole fare l’urologo, deve essere specializzato in urologia, non è pensabile che lo diventi con un corso universitario in una regione, con un percorso professionalizzante in un’altra. E allora ci chiediamo, se parimenti il ruolo dell’Infermiere di Famiglia è chiaro è definito, perché assistiamo a questa difformità?
In Sardegna si è decispo per un master universitario, allo Spallanzani si è optato per 220 ore totali, con modalità mista: teoria in aula, formazione a distanza sincrona e pratica sul campo con stage territoriali. Nella stessa regione Lazio però è attivo un Master universitario di I livello alla Sapienza di Roma ("Cure primarie e sanità pubblica. Infermiere di famiglia e comunità"), con domande che scadevano il 31 gennaio 2026. Che differenza ci sarà tra l’uno e l’altro infermiere? In caso di selezione interna o di concorso mirato chi avrà il titolo preferenziale? Una questione che dovrebbe avere anche una chiarezza contrattuale.
E’ intollerabile che qualcuno debba spendere migliaia di euro in un master ed altri siano “selezionati” mentre percepiscono uno stipendio.
Dal monitoraggio CARD Italia al 30 giugno 2025, 17 enti (Abruzzo, Basilicata, Emilia-Romagna, Friuli V.G., Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, P.A. Bolzano, P.A. Trento, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria, Veneto) indicano un "piano di formazione per IFoC". Valle d'Aosta e Campania lo prevedono con aggiornamenti, mentre Calabria e Molise ne sono privi.
E ancora: la Sicilia forma circa 600 infermieri entro fine 2025 con 200 ore (CEFPAS). Veneto, Piemonte, Toscana hanno percorsi specifici di 200 o 100 ore tra teoria, stage e project work.
A me pare un caos, e credo che la FNOPI dovrebbe intervenire con più decisione nel pretendere chiarezza ed uniformità per evitare frammentazioni e conflitti.
Questione organici
Potrebbe sembrare una questione di lana caprina considerato quanto ha afferma la stessa FNOPI in audizione alla Camera riportando che “sul territorio, per rispondere ai bisogni di salute degli oltre 24 milioni di cittadini con patologie croniche o non autosufficienza, la necessità media è di almeno un infermiere ogni 500 assistiti (assistenza continua) di questo tipo: circa 20mila infermieri di famiglia/comunità. Un numero che è desumibile anche calcolando un infermiere di famiglia e comunità ogni 3mila cittadini circa e ovviamente nelle Regioni in cui il numero di anziani/cronici è più alto o con profili di densità abitativa ridotti o numerose comunità interne, il fabbisogno è probabile che aumenti”.
E considerato che gli infermieri sono diventati più rari della Phocoena sinus, prima ancora di come formarli ci sarebbe da chiedersi dove trovarne disponibili a diventare dapprima infermieri e poi di Famiglia e Comunità.
Cionondimeno la fretta di chiudere i conti PNNR lasciando un tema così delicato alla fantasia dei governi regionali, non mi pare di buon auspicio.
Andrea Tirotto
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